RE sul n.111 di INSIDE ART

Le sue finestre sono ispirate a Palomar, da cui il titolo della sua prossima personale a Fondamenta: Di chi sono gli occhi che guardano?

di Chiara Pace

RE ha la voce squillante e un distinto accento siciliano. RE è prima di tutto uno pseudonimo che nasconde Emanuela Ravidà. Ha solo 31 anni ma ha già alle spalle diverse mostre e una produzione che l’ha fatta conoscere a livello nazionale portandola lontano da Milazzo, sua città natale. Proprio a Roma negli spazi di Fondamenta inaugura il 14 settembre la sua prima personale nella capitale Di chi sono gli occhi che guardano? curata da Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci.

Maledetti rovi, cm 92×190, 2017

Come nasce RE? Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata la tua vita?
«Di solito si parte sempre da una data ma penso che il percorso artistico vada anche in maniera inconsapevole. Il concetto principale è che quando una persona si addentra nel mondo dell’arte, l’arte stessa è racchiusa in un cerchio che è troppo piccolo per quello che rappresenta. Per me è come se questa cosa ci fosse sempre stata. Come diceva Joseph Beuys ”tutti siamo artisti”: l’elaborazione è molto importante ed è complicata, però il sentirsi l’arte dentro è qualcosa di innato. A 18 anni mi sono trasferita a Reggio Calabria per frequentare l’accademia di belle arti. Tornata a casa, a 26 anni, il punto di vista era cambiato, come le esigenze. Ero circondata da un mondo che non mi interessava. Ho deciso di rifugiarmi in uno scantinato e passavo giornate intere lì, senza la necessità di uscire ma con il bisogno di svuotare tutto quello che fino a quel momento non ero riuscita a elaborare. Ho realizzato una mostra, la mia prima personale, a Milazzo e sono rimasta sbalordita perché in un paio di mesi avevo dato vita, senza sapere come, a innumerevoli opere, tuttora per me molto importanti. Mi sono detta che forse per me quello è stato il Big Bang».

A chi si rivolgono le tue opere? Quale pubblico senti più vicino?
«Parte della mia ricerca artistica è  il tentativo di non chiudere in un cerchio le persone che riescono a comprendere le mie opere. Mi piacerebbe che, e capita a volte, le persone che le osservano non siano avvezze al panorama dell’arte. Mi capita che rimangano quasi ipnotizzate dal fatto che sentono parte di se stesse lì dentro. Perché non uso soggetti delineati, non è un’arte figurativa, è qualcosa di appannato, dipende dallo sguardo che vi si trova davanti e che dà un senso sempre diverso. È una cosa che mi sorprende».

I titoli, invece, sono molto reali rispetto all’astrattismo e alla visionarietà delle opere stesse: come nascono?
«I percorsi sono diversi. La mia fase di progettazione non si ferma allo schizzo iniziale, alle varie ipotesi di realizzazione ma è un lavoro mentale a prescindere da quello che mi immagino diventi. Anche la sua esecuzione è mentale. Sembra semplice ma non lo è, perché dalla mente alla mano c’è un grande filtro che non ti farà mai realizzare l’opera come l’hai pensata. Per i titoli, a volte mi riferisco ai libri che leggo, alla musica, ai film. Sono atmosfere che si realizzano attraverso la mia interpretazione. Vado al di là di testo e musica, cerco il risultato finale in quello che ascolto, quello che vedo, che è più di una semplice canzone o di un film».

link intervista completa pdf:  Intervista RE INSIDE ART

In Art – Intervista a RE

MESSINA, 25 FEBBRAIO 2014 – Questa settimana la rubrica In Art presenta una giovane artista siciliana, Emanuela Ravidà in arte RE. Nata nel 1985 a Milazzo, Emanuela frequenta al quarto anno l’Istituto d’Arte della cittadina messinese, dove si diplomerà esponendo la tesi “L’angoscia”. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria al primo anno del triennio in pittura, e qui si laureerà esponendo la tesi “Follia Creativa”.

Conseguita nel 2011 la Laurea Specialistica in Pittura, esponendo la tesi in Beni Culturali dal titolo “Borgo Pantano la sua riqualificazione nell’ambito artistico-contemporaneo”, Emanuela Ravidà prenderà parte, nell’Agosto 2013, all’evento artistico “Prigionieri per l’Arte”, l’esposizione promossa dal Comune di Rometta, in collaborazione con gli artisti di arte contemporanea dell’ “Officina Creativa del Carcere”, che ha visto quindici artisti impegnati a valorizzare ciascuno una parte dell’ex carcere mandamentale di Rometta, Messina.

 

“La mia ricerca si esprime attraverso opere pittoriche ed installazioni. Per mezzo di terra, lacche, acidi, che spaccano e coprono testi graffiati su superfici quotidiane e in disuso, come tavole, pezzi di mobilio, finestre. Il contesto si concentra sull’energia che viene scaturita dalla forza della natura che circonda l’essere umano”.

Così Emanuela mette in luce, attraverso la propria arte, tutta la forza insita nella natura, e la “piccolezza” umana che porta alla vana convinzione di poterla imitare senza ricercare, invece, alleanze con essa.

Emanuela Ravidà si è concessa ai microfoni di infooggi.it per rendere partecipi i lettori della sua grande carica artistica.

Lei stessa dice di realizzare le sue opere, in una prima fase istintiva, lasciandole esposte agli elementi, in modo che queste raccolgano “eventi imprevedibili” e sfuggano dal suo controllo. La natura, dunque, diventa artista con lei?

“Credo che non sia la natura a diventare artista con me, ma che tutto si concentri in un’unica energia, che a volte si sa, in minima percentuale, di possedere, altre invece no, dove, a differenza della natura, l’uomo usa questa con una coscienza pronta all’utile, a servire, a uno sfruttamento. La natura, invece, nella sua infinita forza ed energia crea tutto così spontaneamente, e in maniera elegante, da coinvolgerti, ed è lì che magari possiamo parlare di una natura che diventa artista”.

Parlando delle sue opere fa spesso richiamo all’energia, ad una fonte vitale a cui vorrebbe che l’uomo tendesse l’orecchio. Da cosa nasce questa forte attrazione verso la natura?

“Tutto questo inizia, ovviamente, quando ero piccola. Ho sempre avuto una fervida, incredibile ed inesauribile immaginazione. Ciò mi portava ad essere spesso distratta e a meditare su cose anche fondamentalmente inutili. Sono sempre stata convinta che un luogo, un oggetto, una persona, un albero, qualsiasi cosa, contenesse una forma di energia “stagionata” dal tempo, che col proseguire degli anni andava rafforzandosi. Ricordo che una volta sentiì dire, in un intervista ad Einstein, quanto l’uomo fosse inconsapevole di possedere una fonte incredibile di energia. Da quel momento in poi ho sempre ripetuto a me stessa questo concetto, e ho sempre considerato tempo perso quello non utilizzato alla ricerca interiore. Sta di fatto che la natura possiede tutto ciò è ne è consapevole, lo usa nel migliore dei modi, e proprio per questo per me ne è maestra, mentore”.

Un risultato “casualmente voluto”, un testo, non una semplice opera artistica che diventa emblema di un concetto più profondo da trasmettere al fruitore. Quale messaggio vorrebbe che arrivasse al pubblico?

“Sembra forse scontato dire che in ogni cosa esiste un oltre. E se l’oltre non lo si riesce a concepire in maniera concreta lo si immagina. Si crea un mondo e poi un altro, e poi, una porta che a sua volta ti accompagna ad un altro mondo ancora. Nelle mie opere cerco di rendere percepibile al pubblico delle atmosfere, in cui la natura è protagonista, cerco di materializzazione sentimenti, impressioni e sensi. Provo sempre a trovare un occhio oggettivo al termine dell’esecuzione di ogni mia opera, giusto per accompagnare il pubblico ad un più semplice ingresso. Ma poi il più delle volte ci ripenso, e alla fine creo costantemente un livello di separazione tra l’opera e lo spettatore, attraverso l’inserimento di punti di vista che danno l’impressione di portare lo spettatore a sbirciare, come in una sorta di finestra, una forma di rispetto per l’opera stessa, quasi si fosse creata indipendentemente da me, utilizzandomi come mezzo. Come per dire prego accomodati, ma in punta di piedi”.

Dalla Sicilia allo Spazio Oberdan di Milano in occasione del Premio Ricoh, cosa porterà con sé dalla sua terra?

“Un po di tempo fa ero convinta che l’unica soluzione per avere un pò di visibilità, e riconoscenza per la propria ricerca e per riuscire ad andare avanti, anche in ambito lavorativo, fosse quella di spostarsi dalla propria terra, dalla propria città natale, e stavo quasi per trasferirmi a Berlino. Successivamente però ho pensato che tutto questo equivale a scappare, a non credere alle proprie radici, alla propria terra e alla gente, a volte nascosta, che la cura amorevolmente. Era una mancanza di rispetto. Allora sono tornata, convinta di aver fatto la scelta migliore, e non potevo fare di meglio. A Milano porterò con me l’ambizione e la speranza di questo mio percorso, il desiderio di maturare, e la gratitudine verso la mia terra che mi ha plasmato”.

Emanuela Ravidà prenderà parte, dal 5 al 9 marzo 2014, all’esposizione che si terrà nel prestigioso Spazio Oberdan di Milano, in occasione del Premio Ricoh. Qui saranno esposte le opere dei 24 artisti finalisti. L’artista siciliana ha in programma anche, per fine Aprile, una personale di pittura dal titolo “LIVELLI ATMOSFERICI DI NATURA ARTIFICIALE”, che si terrà a Milazzo.