J’ACCUSE! Il Sistema dell’Arte sotto accusa: Maschilismo e Sessismo non riguardano solo Hollywood. Cinquanta donne dell’arte: ora parliamo noi

Estratto dall’articolo di Dejanira Bada, Rebecca Delmenico, “Gel” Giuditta Lavinia Elettra Nidiaci e Flavia Vago per Italian Factory Magazine

Dopo Hollywood con il caso Weinstein, e dopo il mondo della moda, anche il sistema dell’arte è sotto accusa. Il motivo? Maschilismo, sessismo, discriminazioni tra artisti uomini e artiste donne, a tutt’oggi meno quotate dei loro colleghi, meno presenti nelle mostre e nelle fiere, poco attive nelle “stanze dei bottoni” del sistema dell’arte. E, anche qua, una pratica dura a morire: quella dell’uomo di potere che crede di potersi permettere di tutto, comprese avances, messaggi erotici ed esplicite richieste sessuali, in cambio di partecipazione a mostre, pubblicazioni e visibilità. IF Magazine ha deciso di imbastire la più vasta inchiesta mai fatta sull’altra metà del sistema dell’arte. Abbiamo chiesto a cinquanta donne dell’arte – artiste, critiche, pr, galleriste – di dirci la loro su maschilismo, sessismo, discriminazioni di genere. E sulla loro esperienza sul campo, tra situazioni sgradevoli, richieste irricevibili e goffi tentativi di scambiare partecipazioni a mostre con prestazioni sessuali. In cinquanta ci hanno detto la loro: note e meno note, giovani e meno giovani: senza differenze e discriminazioni, perché quando ci sono in ballo i diritti non conta la ‘posizione’ acquisita nel sistema, ma la volontà di battersi, di mettersi in gioco, di denunciare. Senza peli sulla lingua, e senza reticenze. Ecco cosa ne è emerso. Un quadro crudo, spesso ancora ancorato a vecchi pregiudizi di genere, per certi versi disturbante e umiliante. Ma cambiare si può…

RE, artista:

 “È importante, prima di tutto, precisare che non appartengo alla categoria delle donne considerate femministe. Odio la parola femminicidio e tutto quello che distingue il genere umano attraverso delle etichette. Con questo non posso negare di andare, talvolta, incontro a difficoltà generate dal mio essere donna. Come in ogni mestiere, anche in quello dell’artista la strada da intraprendere per una carriera solida si basa su obiettivi da raggiungere: anche l’artista necessita di approvazioni, promozioni e conferme sulle proprie qualità lavorative. Per una donna, capita spesso che nel momento in cui si raggiunga un traguardo, chi ti circonda ipotizzi che il risultato non sia dovuto alla bravura o alla tenacia, bensì alla classica modalità di corruzione, la ‘gatta morta’ o come la volete chiamare. Ammetto che la maggior parte delle volte che mi capita di ricevere complimenti sulle mie opere, soprattutto se la persona che li esterna è un uomo, non riesca a ‘godermi’ il complimento fino in fondo. Questo è dovuto al fatto che dubito, dubito della sincerità delle parole espresse perché ho il sentore che nella maggior parte dei casi l’obiettivo non sia congratularsi davvero, ma una bieca ‘tattica’ per accalappiare. A questo sgradevole risvolto si aggiungono ricatti e fantomatiche promesse, che si estendono a tanti ambiti lavorativi, e sono tante le donne a esserne vittime. A mio parere mi ritengo fortunata a non aver subito gravi conseguenze di un approccio a scopo sessuale, forse perché me ne guardo fin troppo bene: credo sia terribile per me, come per chiunque, stare sempre allerta” .

Lalleru: Re – Di chi sono gli occhi che guardano?

di Mosè Previti

Milazzo, contrada Paradiso, un giorno della scorsa estate, al tramonto. Le otto e circa, due colpi di clacson e con fatica riesco a centrare il vialetto della casa. La villetta vista golfo è un grazioso edificio modernista, gemello di un altro che spicca per la sua architettura nel paesaggio vetero razionalista dell’area. Scendo dall’auto, ad accogliermi ci sono RE e Giuseppe Morgana. Mi salutano con il solito affetto ed entriamo in casa.  L’ambiente del grande soggiorno è ingombro di opere. I lavori di RE sono dappertutto: in piedi accanto al camino, sul tavolo tondo, sulla poltrona, sulla sciccosa postazione dell’angolo bar. RE e le sue opere sono in fermento. Stanno per partire alla volta di Roma, per la prima personale capitolina dell’artista siculo tedesca.  Sediamo al tavolo della veranda, un bicchiere di vino e occhi allo spettacolo del cielo tirrenico spumeggiante di nuvole gassose striate di viola e verdi metallici. Un grillo salta fuori da una giovane palma rigogliosa, si poggia sul bracciolo della sedia e poi sparisce. RE anche. RE sparisce facilmente durante le cene a casa sua. O prepara qualcosa, o sta pensando a qualcosa. Non l’ho capito molto bene e mi piace questa sua vocazione alla smaterializzazione. Penso sia qualcosa che riguarda la sua arte, un vizio, o un’inclinazione alla dissolvenza che i suoi lavori testimoniano egregiamente. D’altra parte, nel giardino della sua villetta capita spesso di imbattersi in opere d’arte che l’artista lascia volutamente impressionare dagli agenti atmosferici. Nel folto dell’erba alta crescono le cose, la vita si nasconde e si manifesta in un ciclo ininterrotto di esperienze. L’artista, forse, sparisce per stare lì dentro e vedere da vicino, pilotare maternamente questo processo. I suoi lavori sono le ecografie di questa cova, il durante fecondo in cui le cose esistono, crescono, si modificano. È un tempo basso, infrasonoro, un tempo in cui si possono manifestare ombre, figure che non dovrebbero esistere, presenze di un tempo passato che l’artista custodisce personalmente con la strenua volontà di rinnovarne la meraviglia misteriosa. Lo svelamento di questa meraviglia, forse, sono le sue finestre.  Questi meccanismi pittorici nell’invito al superamento custodiscono un invito ad andare oltre, a superare il panorama per entrare nell’esperienza impalpabile della vita biologica e dei suoi segreti. La Natura, dea ctonia invisibile e ubiqua, abita queste opere. Le finestre cedono a questa potenza. Possono solo rimanere come gioco ipnotico, come sfida allo spettatore che non capendo finirà per amarle incondizionatamente.

Ho scritto che RE è un’artista sicula tedesca non solo perché RE ha una madre tedesca e una famiglia dalla lunga storia imparentata con la Germania, ma soprattutto perché RE incarna una versione del Romanticismo che suona particolarmente inusuale per il mood incontenibilmente mediterraneo e classicista a cui ci hanno abitato i pittori dell’Isola. Del Romanticismo ha la spinta spontanea al superamento, la fascinazione per l’energia indomabile della natura e il senso del sacro che essa custodisce, romantica è la sua tendenza istintiva a una visione umanissima e solidale e, al contempo, profondamente individuale delle cose del mondo. Forse per questo a un tratto poi sparisce, ha bisogno di quell’inquieta solitudine che è la premessa di ogni degna creazione.

La sua mostra romana s’intitolava “Di chi sono gli occhi che guardano?”. A quanto mi dicono, è stata un successo. D’altra parte, i suoi lavori sono di un’intensità emotiva che non ha bisogno di spiegazioni, piuttosto di occhi. E sono convinto che RE, a Roma come altrove, troverà sempre più occhi desiderosi di essere interrogati dalle sue opere.

 

 

 

INSIDE ART: Di chi sono gli occhi che guardano?

Recensione di Chiara Pace

È arrivata a Roma, nello spazio Fondamenta di Inside Art, la mostra Di chi sono gli occhi che guardano? dell’artista siciliana Emanuela Ravidà, in arte RE. Curata da Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, l’esposizione, visitabile fino al 28 settembre, è allestita in perfetta armonia con lo spazio. Sembra un paesaggio lunare, apparentemente silenzioso, che comunica la passione, la creatività e l’ingegno che RE applica sulle sue opere. 35 lavori che occupano le pareti dello spazio e per ognuno di essi l’autrice ha una storia da raccontare: i colori dei fiori utilizzati che cambiano giorno dopo giorno, i lunghi tempi di attesa per vedere le sue opere finalmente realizzate, le immagini che, da sogni nella sua mente, finiscono per materializzarsi nell’opera stessa.

Ad esempio nei suoi Reverse, in cui, proprio come annuncia il titolo della mostra, chi avvicina lo sguardo si trova in realtà già dentro l’opera, che è al contrario, e la vista si perde in un’esplosione di materiali, colori, forme, paesaggi. Un insieme di sostanze che, ci confessa la stessa RE, non legano tra loro, non avrebbero alcun contatto in natura se non nelle opere che ci troviamo di fronte. E le reazioni che si scatenano danno vita a elementi nuovi, inaspettati, indefiniti. Anche l’opacità e la scarsa nitidezza di alcune trame sono volute: il tempo, lo spazio devono scomparire e gli occhi devono sforzarsi per apprezzare lo spettacolo a modo loro, senza costrizioni.
Una vecchia tela e una rete arrugginita sovrapposta sono arrivate qui dopo essere state lasciate per un anno in balìa delle intemperie: quello che vediamo non rappresenta la natura ma è la natura e ce lo dimostra la pianta di edera che da sola si è infiltrata nella maglia della rete e ora è parte integrante dell’insieme. Uno strano oblò in legno, dono di un rigattiere, racchiude un potpourri di petali, terra, vernice, colla che si fondono e galleggiano nel loro mondo sottovuoto, il loro über al di sopra del momento e dei confini che la mente può imporre.

Proprio alcuni titoli in tedesco ci ricordano che nelle vene di RE scorre anche sangue germanico e se nella forma si riconosce l’austerità tipica dei paesi del nord, nella sostanza ritroviamo tutto il calore del sud: una sorprendente fantasia che ci porta fin sulle nuvole, per osservare il panorama da lassù, ma anche un elegante groviglio di rovi maledetti che nell’intrigo di foglie, spine e vernice nascondono luci e ombre e travolgono l’atmosfera con la loro viva immobilità.
La scena però è nettamente dominata dall’ultima creazione di RE che pende dai soffitti chiari della sala centrale: ispirandosi all’antica tradizione degli arazzi, l’artista ne ha realizzato una sua originale versione. Un tappeto floreale nascosto in un mare di colla vinilica che cade dal cielo e silenziosamente catalizza l’attenzione di tutti. Tra gli infiniti petali e pezzi di bijoux nascosti nella trama l’occhio si perde fino a sbucare nei pochi punti lasciati volutamente aperti per riflettersi nello specchio sulla parete opposta: di chi sono ora gli occhi che guardano?

RE sul n.111 di INSIDE ART

Le sue finestre sono ispirate a Palomar, da cui il titolo della sua prossima personale a Fondamenta: Di chi sono gli occhi che guardano?

di Chiara Pace

RE ha la voce squillante e un distinto accento siciliano. RE è prima di tutto uno pseudonimo che nasconde Emanuela Ravidà. Ha solo 31 anni ma ha già alle spalle diverse mostre e una produzione che l’ha fatta conoscere a livello nazionale portandola lontano da Milazzo, sua città natale. Proprio a Roma negli spazi di Fondamenta inaugura il 14 settembre la sua prima personale nella capitale Di chi sono gli occhi che guardano? curata da Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci.

Maledetti rovi, cm 92×190, 2017

Come nasce RE? Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata la tua vita?
«Di solito si parte sempre da una data ma penso che il percorso artistico vada anche in maniera inconsapevole. Il concetto principale è che quando una persona si addentra nel mondo dell’arte, l’arte stessa è racchiusa in un cerchio che è troppo piccolo per quello che rappresenta. Per me è come se questa cosa ci fosse sempre stata. Come diceva Joseph Beuys ”tutti siamo artisti”: l’elaborazione è molto importante ed è complicata, però il sentirsi l’arte dentro è qualcosa di innato. A 18 anni mi sono trasferita a Reggio Calabria per frequentare l’accademia di belle arti. Tornata a casa, a 26 anni, il punto di vista era cambiato, come le esigenze. Ero circondata da un mondo che non mi interessava. Ho deciso di rifugiarmi in uno scantinato e passavo giornate intere lì, senza la necessità di uscire ma con il bisogno di svuotare tutto quello che fino a quel momento non ero riuscita a elaborare. Ho realizzato una mostra, la mia prima personale, a Milazzo e sono rimasta sbalordita perché in un paio di mesi avevo dato vita, senza sapere come, a innumerevoli opere, tuttora per me molto importanti. Mi sono detta che forse per me quello è stato il Big Bang».

A chi si rivolgono le tue opere? Quale pubblico senti più vicino?
«Parte della mia ricerca artistica è  il tentativo di non chiudere in un cerchio le persone che riescono a comprendere le mie opere. Mi piacerebbe che, e capita a volte, le persone che le osservano non siano avvezze al panorama dell’arte. Mi capita che rimangano quasi ipnotizzate dal fatto che sentono parte di se stesse lì dentro. Perché non uso soggetti delineati, non è un’arte figurativa, è qualcosa di appannato, dipende dallo sguardo che vi si trova davanti e che dà un senso sempre diverso. È una cosa che mi sorprende».

I titoli, invece, sono molto reali rispetto all’astrattismo e alla visionarietà delle opere stesse: come nascono?
«I percorsi sono diversi. La mia fase di progettazione non si ferma allo schizzo iniziale, alle varie ipotesi di realizzazione ma è un lavoro mentale a prescindere da quello che mi immagino diventi. Anche la sua esecuzione è mentale. Sembra semplice ma non lo è, perché dalla mente alla mano c’è un grande filtro che non ti farà mai realizzare l’opera come l’hai pensata. Per i titoli, a volte mi riferisco ai libri che leggo, alla musica, ai film. Sono atmosfere che si realizzano attraverso la mia interpretazione. Vado al di là di testo e musica, cerco il risultato finale in quello che ascolto, quello che vedo, che è più di una semplice canzone o di un film».

link intervista completa pdf:  Intervista RE INSIDE ART